PABLO ECHAURREN_DIFFORME

inaugurazione 18 dicembre ore 12.00

orari: martedì e giovedì ore 10-12, 16-18; sabato 24 e 31 dicembre ore 10-12; 6 gennaio ore 10-12, 16-18

assistenza a cura degli studenti del Liceo De Sanctis

 

L’anno che sta per cominciare si appresta a ricordare tre date storiche, legate, mi si perdonerà il gioco di parole, da un filo “rosso”: il centenario della rivoluzione d’Ottobre, la nascita del Situazionismo e, non ultimo, il cinquantenario del 1977, l’anno nono (dal 1968) che Pablo Echaurren, artista “impegnato”, anche se mai allineato e conforme, cosi ricordava: “Era il 1977, tutt’intorno la città bruciava sconvolta da gruppuscoli di rivoltosi, corpi speciali camuffati da pischelli, generici street fighting man, schegge impazzite sfuggite di mano a questo e quello. La piazza era un vivaio talmente agitato e intorbidato da ospitare ogni genere di deformazione impolitica: squinternazionalisti, trasversalisti, indiani metropolitani & altro”. Pablo getta il pennello alle ortiche e impugna il pennarello dell’agit-pop, anche se il suo rifiuto dell’arte dura poco più di un anno. Nonostante la parola “artista” infastidisca Pablo anche oggi – divide gli esseri umani, dice, in due categorie, gli artisti e i non artisti (ma questo vale per qualunque professione, la professione di meccanico dividendo il mondo tra meccanici e non meccanici… e infatti anche “professione” non piace a Pablo) – dall’arte Echaurren non si è mai separato, anche se sono pochi quelli che, come lui, l’hanno praticata in modi tanto diversi, e, agli occhi di qualcuno, perfino inconciliabili, unendo l’alto e il basso, la cultura delle élite più intellettuali e quella popolare e underground. Tutta la produzione di Pablo Echaurren può essere ricondotta ai principi enunciati in un quaderno del 1977: “Siamo autonomi perché non ci piacciono le gabbie, le dipendenze, le ingerenze. Non abbiamo guide spirituali né muscolari. Siamo senza collari, senza paraocchi, senza para-ginocchi (ce li sbucciamo spesso, giocando, cadendo, inciampando). Saltelliamo da un compartimento all’altro senza incasellamento. Ci va stretta ogni definizione. Anche ‘indiani metropolitani’ è uno schema scemo, uno stereotipo, un dagherrotipo. Usciamo dalle riserve, scavalchiamo i fili e i fossati che vorrebbero contenerci e controllarci… L’identità la cambiamo ogni mattina quando ci svegliamo, la buttiamo via ogni sera quando ci addormentiamo. Non ci assoggettiamo. Amiamo. Questo è il nostro modo di essere autonomi…”. Istanza anti-identitaria che mentre fa dire a Pablo di essere duchampiano permette a Echaurren di farsi picassiano… Pablo vs Echaurren, con uno che fa una cosa e l’altro che sempre a nega, per rifarla subito dopo: “io dico Pablob! Cioé sono come un blob, che assorbe tutto, non sempre bene ovviamente, ma non credo che l’arte sia un fine penso che sia solo un mezzo, un paio di occhiali che uno si mette per orientarsi nelle nebbie”. La mostra che si inaugura il 18 dicembre a Formello, nell’ambito delle attività del DIF, che tra gli artisti in collezione già vanta un’opera di Echaurren, raccoglie alcuni dei lavori dedicati ai “mohicani romani”, una serie di tele inedite nate – come Pablo in una recente intervista ci ha raccontato – “per cancellare delle scritte fatte contro di me. Qualcuno quando feci una mostra al Chiostro del Bramante scrisse sui muri del Lungotevere qui intorno (credo anche di sapere chi sia stato!) ‘Echaurren artista di regime’, falce e martello. Ed è intervenuto qualcun altro a cancellare ‘di regime’ e la falce e martello… quindi rimase solo Echaurren artista. Mi è piaciuto l’intervento di quello che ha cancellato… Io non sono per le affermazioni apodittiche e le scritte murali tendono ad essere apodittiche… Ce ne sono di creative e bellissime, ma la maggioranza sono abbastanza idiote. Quindi tutti quelle che le cancellano, in fondo, fanno bene e poi, cancellate, assumono delle forme estetiche a volte molto interessanti. Anche se devo dire che nel riprendere questa idea della cancellazione delle scritte c’è proprio la voglia di superare il muro contro muro, che le genera, e forse anche quella di superare il muro in quanto tale, la divisione in sé”. In mostra anche una serie di collage di recentissima produzione e lo “striscione” Liberté Egualité Elettricité realizzato per il presidio organizzato in occasione della prima udienza del processo contro Metropoliz, l’occupazione abitativa che ospita il MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove.

 

 

1